PIANO QUASI SOLO

 

“Piano Quasi Solo” è l’ultimo disco di Fabio Vernizzi, prodotto dallo stesso pianista e compositore genovese, che attraverso dodici brani ci fa vivere il suo variegato e ricco universo sonoro, contraddistinto da una sapiente inventiva compositiva e da una tecnica pianistica espressiva e consapevole.

Il primo brano, “Infantile”, lo sento un po’ come un’eco di ricordo schumaniano, rinvenendo quei magnifici pezzi dell’“Album per la Gioventù”. Vernizzi di certo non nasconde questa matrice romantica e la tornisce con il suo personale linguaggio, inserendo cadenze swing e modulazioni personali e decisamente espressive. Tutto ruota intorno a un tema che si ripete durante la composizione, un tema brillante e poetico, dai ricordi romantici e infine piacevole e originale.

In “Pensieri” Vernizzi s’impossessa di un altro repertorio a lui congeniale, quello dell’ “impressionismo” debussianiano e raveliano, che ravvisiamo in questo brano dal tono meditativo. Tono meditativo che se ne va con “Le strade della vita”, dove il musicista entra in contatto con gli schemi Jazz, offrendoci un brano allo stesso tempo brillante, lirico, organico in tutte le sue parti, che si sviluppa da un tema semplice ma accattivante, che poi si trasforma continuamente durante la composizione. Anche con “Niños” prosegue il discorso jazzistico del compositore e lo fa recuperando ancora il tema dell’infanzia (ispirandosi alla tragedia dei bambini brasiliani abbandonati) conducendoci verso l’altro brano “David’s Samba”, dall’andamento danzante e luminoso, dove Vernizzi dimostra veramente come sia possibile divertirsi e far divertire tramite la tastiera.

Con “Maracatù” il pianista abbandona per un attimo la sua vena compositiva, con questo brano dell’autore Egberto Gismonti, a cui vuole rendere omaggio nel suo cd. “Looptango” sancisce invece l’incontro tra il genere Jungle e il Tango, alternando melodie essenziali a melodie danzanti, dinamiche e dalla forte componente ritmica, come è tipico nel Tango. Qui si tratta più di un gioco formale, ma con “Edivad” si ritorna a una musica che non vuole essere solo musica per la musica, ma anche musica che riveste significati concettuali e filosofici. Questo brano, infatti, scritto quasi in scale da primo Jazz classico, vuole parlare della vita. Com’è scritto sul libretto – realizzato molto bene - è “Un brindisi di augurio al valzer della vita, il cammino nel quale s’incontrano luci e ombre, tristezze e gioie”, ed è proprio per questo che questo pezzo è un gioco tra timbri più chiari e timbri più scuri, melodie più seriose, altre più rilassate. “Iqbal” (brano 9) è il protagonista del libro “Il Fabbricante di Sogni” e la storia di questo bambino, ucciso a tredici anni ed eretto a eroe di coraggio contro lo sfruttamento del lavoro giovanile, è raccontata da Vernizzi con un modo jazzistico, ma allo stesso tempo lirico, poetico, estremamente emotivamente sentito e ispirato. “Cambio Titolo” ci fa tornare a una dimensione allegra, da “Belle époque”, facendoci respirare un’atmosfera distesa e gioviale, quasi un ragtime dei nostri giorni, che Vernizzi sa veramente rendere contemporaneo e attuale.

Con “Ricordi” troviamo un musicista anche in veste di cantautore in questa poetica canzone che sembra proprio un inno alla vita: “Quante volte ti ho detto ti amo, vita?”. Già, quante volte? Per saperlo bisogna sfogliare i propri ricordi e capire così tutto il nostro vissuto.

Infine, ultimo brano, abbiamo “Maya”, dove è presente la contaminazione di diversi linguaggi stilistici, come l’Etnico e il tanto già citato Jazz, diventando così la sintesi di tutto quello che fin qui abbiamo ascoltato, dove l’autore ci ha veramente dimostrato il suo grande eclettismo musicale.

Quando ci si lamenta che l’Italia non ha più compositori, bisognerebbe invece guardarci intorno e notare personalità come quelle di Fabio Vernizzi, che nel 2014 è riuscito a sfornare, producendo da solo il suo disco, un capolavoro di eclettismo sonoro e concettuale, mettendo in luce le sue grandi capacità tecniche, espressive e compositive.

“Piano Quasi Solo” - registrato a Zerodieci Studios, masterizzato da Marco Canepa e che ha anche visto la collaborazione di Almamusica - non è quindi, come dice il titolo, soltanto un pianoforte solitario, ma molto di più: è un insieme di stili da cui l’autore trae il suo stile personale per parlare non solo di musica, ma anche e soprattutto di vita… già… perché la musica sa parlare, se si sa farla parlare.

(27 settembre, 2014 Stefano Duranti Poccetti – “Corriere dello Spettacolo”)

 

Forte di una formazione naturalmente improntata all'eclettismo, Vernizzi mette in mostra il suo armamentario artistico, frutto della confluenza tra idioma accademico, linguaggio jazzistico e suggestioni popolari, spesso di matrice sudamericana. Il risultato è convincente, riuscendo a garantire la riuscita di una fusione polistilistica personale, anche laddove l'evocazione dei modelli di riferimento è più evidente. Nell'album si alterna una serie di bozzetti di carattere espressionistico, che tuttavia hanno il pregio di rivelarsi sempre compiuti fugando ogni rischio di superficialità, sorretti come sono da coerenza compositiva, spiccato senso del ritmo, fluidità espressiva e da un tocco pianistico sempre felice (David' s Samba, Infantile, Pensieri, Iqbal, Edivad).

Il jazz in questo contesto assume una posizione decisamente più defilata (Le strade della vita, Cambio titolo, Ricordi) rivelandosi come un argomento che l'autore è di certo in grado di maneggiare, ma usa come semplice spunto, per trascenderlo volontariamente ( e non è casuale, di certo, il sentito omaggio ad Egberto Gismondi di Maracatù.) La notevole piacevolezza all'ascolto del disco non nuoce alla profondità dei contenuti.

(Novembre 2014 Cerini – “Musica Jazz”)

 

Il compositore e pianista Fabio Vernizzi mette in auge ne Piano Quasi Solo il suo variegato e ricco universo sonoro,romantico ed a tratti swing.

(Dicembre 2014 – “La Repubblica”)

 

Diciamoci la verità : l'ingorgo di produzioni discografiche in odore e sapore di jazz, in Italia, e in una situazione in cui il livello di vendita sembra inversamente proporzionale alla quantità di uscite, è tale che non si può gettare la croce addosso a nessuno se qualche titolo meritorio finisce fuori campo. E se qualcuno cerca di farsi notare senza infliggere troppi colpi di gomito, senza l'aiuto dei soliti noti ospiti che garantiscano una qualche visibilità, magari strillata dal bollino in copertina, e senza investimenti da potentato economico, le speranze di farcela diventano davvero fioche come una vecchia lampadina da trenta candele. La premessa per dire che il disco che segnaleremo sulla carta appartiene alla categoria aprioristica dei "saranno ignorati dai più", ma si spera che il richiamo accorato da queste pagine convogli almeno qualche stilla di attenzione. Perché la merita tutta.

Per entrare nel cuore delle cose: Fabio Vernizzi, genovese, pianista, suona straordinariamente bene, e scrive meglio. E qui si potrebbe chiudere il tutto, magari aggiungendo che se amate il tocco sontuoso e discreto assieme di chi lascia trapelare severi esercizi classici - alla Pieranunzi, per intendersi - qui troverete ampie messe di gran suono jazz "classicheggiante". A rimpolpare la memoria di un gran disco di 10 anni fa, "Maya", dimenticato troppo in fretta. E, ancora, si potrebbe aggiungere che la proficua curiosità di sapere del Nostro l'ha portato a collaborare con poeti e cantautori, musicisti di progressive rock e del folk internazionale, teatro e cinema. Si sente tutto, nelle dodici tracce di "Piano quasi solo" (un'unica cover, di quel genio del Brasile contemporaneo che è Egberto Gismonti), aggiungendo alle spezie minimalistiche e qualche ribalderia melodica alla Satie. Chi ha ascoltato questi brani dal vivo può certificare che le composizioni si "aprono" a minutaggi imprevedibili. Come tutto il buon jazz.

(Dicembre 2014 Festinese – “Audioreview”)

 

 

MAYA

 

Fresca e d’immediata comunicazione tematica la musica di Fabio. Il suo mondo compositivo è un mix di profumi notturni Chopiniani e di qualche brezza di tardo romanticismo russo. E' un giovane pianista in possesso di un’ottima tecnica spontanea e di una naturale immediatezza ritmica che bene sorreggono il complesso sviluppo armonico melodico e ritmico delle proprie composizioni. Se il Jazz è anche, come sempre spero, sinonimo di libertà espressiva, il lavoro di Fabio è sicuramente un nuovo personale modo di produrre musica alternativa al Jazz di tradizione Afro-Americana a noi già noto.

(Riccardo Zegna)

 

...senza ombra di dubbio uno dei migliori esordi discografici dell'anno, in ambito di "jazz di confine"; il valore sta nelle composizioni che evitano la trappola più o meno abusata degli standard "travestiti", e cerca invece echi folklorici da ogni angolo del pianeta,finezze crepuscolari, prepotenti innervature ritmiche arpeggiate…

(Guido Festinese - "Wold Music")

 

... Proprio i brani in duo, insieme ai tre assoli di piano (bellissimo quello di Notturno) denotano una maturità non comune che va oltre la consueta capacità dei giovani musicisti del nostro jazz. Anzi, la definizione di jazz sta in realtà un po’ stretta a una formazione (e soprattutto a un pianista) capace di guardare a orizzonti un po’ più ampi…

(Sergio Spada - "Suono")

 

... Quello che traspare è una certa influenza classica e una preparazione tecnica impressionante...

(Enzo Boddi -" Musica Jazz")

 

..."il clima musicale che si respira nelle nove tappe di questo viaggio sonoro è da un lato denso di riferimenti colti (sovrinteso talvolta da un'aura quasi impressionistica) e di rimeditazioni di esperienze etniche. Ma d'altra parte preserva una confidenza, un calore espressivo di grande intensità e semplicità , il tutto slegato da etichette. Come "Lilli", oasi fortemente lirica (di costruzione genialmente lineare) esclusivamente pianistica. Dunque, contaminazione, felice impertinenza nell' incontro tra i linguaggi, e il risultato finale d'uno stile accattivante e raffinato…

(Giorgio De Martino - "Corriere Mercantile")

 

... Le doti sono quelle giuste e il talento non manca ai brani che hanno forti sapori di mainstream, ma anche richiami di repertorio classico, in alcuni casi, anche aperture a largo respiro che trovano nell’utilizzo del sax soprano un veicolo decisamente evocativo è uno dei prodotti che dimostra la buona qualità raggiunta dal jazz italiano negli ultimi tempi… 

(Antonello Mura - "Il Secolo XIX")

 

... Emergono, dunque, in molte tracce, se non in tutte, le potenzialità di Fabio Vernizzi, sia in qualità di compositore sia di esecutore, che con Maya irrompe sulla scena jazz italiana con moduli musicali realizzati con gusto personale e con sorprendente immediatezza…

(Laura Magnani - "All About Jazz")

 

 

LA MARCIA DELL'OMBRA

 

Giunge quindi tanto inatteso quanto gradito, data l'indubbia qualità del lavoro, questo disco del signor Pozzani... attraversati da un tappeto sonoro assolutamente organico e, finalmente scevro da pedissequo jazz da cartolina buonista. Elettronica mai invadente ma precisa quella tirata su dal suo sodale Fabio Vernizzi, quasi a precisare l'assoluta sintonia con i versi mai banali di un artista...

(Luciano Marcolin – “Blu radioveneto”)

 

Poesia in musica. Un’espressione spesso utilizzata e abusata, che in questo caso si dimostra addirittura riduttiva.

Lui è Claudio Pozzani, e non ha bisogno di presentazioni, perché è uno dei poeti italiani più bravi e apprezzati.

Il disco in questione s’intitola “La marcia dell’ombra”, e raccoglie dodici poesie, avvolte dalla musica composta da Fabio Vernizzi, e dall’elettronica di Andrea Vialardi.

Un disco da ascoltare per almeno due motivi.

Il primo è che i brani che lo compongono sono delle gemme preziose. Perché questa è poesia nel senso più puro del termine, e le parole di Pozzani sanno evocare immagini e sensazioni con la semplicità dei gesti naturali. Sanno ferire e accarezzare, sanno far sentire.

Il secondo motivo è strettamente connesso all’eleganza con cui le parole del poeta sono incorniciate dalle composizioni musicali.

Senza mai mettere in dubbio il ruolo primario della parola, Fabio Vernizzi è riuscito a costruire intorno alle poesie di Pozzani un vestito che calza a pennello, e che gli dona una forza ancor maggiore.

E poi perché un disco veicola un messaggio in qualche modo diverso da un libro, e lo strumento qui utilizzato “vuole ribadire la priorità che l’aspetto orale ha nella poesia”, come si legge nelle note di copertina...

 

 

VIRGINIA

 

... Con squisita tecnica il pianista Vernizzi punteggia e accompagna, elargisce digressioni jazz e minimali, si concede a un classicismo dagli umori debussiani...

(Ciro De Rosa - "Il giornale della musica-it”)

 

Già l'attacco dell'iniziale The Swimming Cow potrebbe spiazzare proficuamente i «puristi» del genere: è un serrato battere di percussioni tutt'altro che «celtico». Sette anni di pausa dal precedente disco, per i Birkin Tree, la miglior formazione del genere in Italia: amata e rispettata anche nell'Isola Verde dove queste note sono praticamente patrimonio nazionale. Intendiamoci, aria d'Irlanda pura arriva, con gli ospiti Martin Hayes e Dennis Chill, ma la guizzante vitalità tutt'altro che formulaica di questa raccolta a lungo meditata arriva dall'inserimento di pianoforte (il jazzista Fabio Vernizzi), percussioni, sax: cosicché jigs e reel indiavolati e maestose arie lente, di tradizione e no, diventano un'elegante, plausibile matassa di musiche possibili. E irresistibili all'ascolto.

(G.Fe.)

 

 

 

Created by Veronica Tavolaccini